Le mattine del treno

schizzo treno stazione

 

Il sole sbiadito che nel dormiveglia illumina stanco il volto di chi attende sulla banchina il treno verso qualcosa.

Le prime luci del mattino sono le tue preferite. L’aria fresca nuova, i raggi morbidi che scaldano e scacciano l’ombra della notte che scappa, accarezzando il tuo sovrappensiero.

Le prime luci del mattino in stazione ti ricordano l’infanzia e l’adolescenza, di quando con tua madre prendevi il treno per andare a trovare la zia, e i biglietti erano più piccoli e fatti di cartoncino duro, inflessibili ma meno costosi.

Le levatacce forzate, i compiti copiati in fretta con la mano che trema sui sedili del vagone che balla mentre ascolti con il walkman Livin’ On The Edge e la tua mente è immersa nella casualità delle false certezze e dell’ingenuità. Le risate con Gabriele fino a lacrimare, la biondina senza nome che sale alla seconda fermata, lo scambio di sguardi, i sorrisi, le tue indecisioni, le impazienze e le follie del cuore che batte forte ipocondriaco.

Per un momento ti tornano in mente anche tutti gli album da disegno e gli ombrelli che hai dimenticato in treno. Che rincoglionito.

Arrivi e partenze si alternano, come all’aeroporto. Ma la poetica di una stazione non è lontanamente paragonabile al freddo susseguirsi di destini incrociati che avviene in un aeroporto. Non sono affatto la stessa cosa. Il concetto di treno è troppo vasto e romantico per essere paragonato a quello di aereo. Il treno è curioso, attraversa tutte le culture del pianeta, le assaggia, le mette in relazione tra di loro. Metropoli, campagne, colline e montagne, comprese le più piccole località, sempre più emarginate ed ignorate dalle rotte moderne che scavalcano tutto e non distinguono più nulla.

Alle prime luci del mattino in stazione, te ne resti in disparte in modalità stealth a guardare con la coda dell’occhio i volti degli altri mentre il sole schiaffeggia amorevolmente i loro sguardi assonnati, ostaggi di una prassi. Di tanto in tanto abbassi il volume della musica per origliare i discorsi dei tuoi compagni d’attesa e ti rendi conto che sono quasi sempre gli stessi: il monologo supponente del classico capo ufficio lustrato frustrato che probabilmente ha terminato da poco di leggere la biografia di Steve Jobs o di Elon Musk ed è convinto di poter cambiare il mondo a parole, anche se solo per un momento. Oppure il dialogo inquieto tra due studentesse universitarie che fanno il conto alla rovescia dei giorni che mancano all’ennesimo esame. Le imprecazioni di Marco che non sopporta l’atteggiamento di Anna che è gelosa e chiede consigli ad Erica via messaggio la quale nel frattempo ha occhi solo per Lorenzo il quale però sbava per Anna.

All’improvviso intravedi il treno in lontananza, accompagnato dal classico fischio e dalle immancabili devastanti urla stridule dei freni, alle quali evidentemente, quantomeno in Occidente non si è ancora trovato un rimedio: anno solare 2021.

E si riparte.

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3 anni ago

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