Le mattine del treno

schizzo treno stazione

 

La stazione dei treni nelle prime ore del giorno…che capolavoro!

Il sole sbiadito che nel dormiveglia illumina stanco il volto di chi attende sulla banchina il treno verso una meta, verso qualcuno o qualche cosa.

Le prime luci del mattino sono le mie preferite. L’aria fresca nuova, i raggi morbidi che senza arroganza, pazientemente, umilmente illuminano e riscaldano l’ombra della notte che scappa, accarezzando il mio sovrappensiero, non hanno prezzo. E poi non si avverte ancora l’invadenza umana che nonostante tutto, esiste ma è ancora marginale e indolente a quell’ora.

Le prime luci del mattino in stazione mi ricordano l’infanzia e l’adolescenza, di quando con mia madre prendevo il treno per andare a trovare la zia, e i biglietti erano più piccoli e fatti di cartoncino duro, inflessibili e meno costosi. Dell’adolescenza invece mi ricordano le levatacce forzate, i compiti copiati in fretta con la mano che trema sul treno in corsa e la mente immersa nella casualità delle false certezze. Mi ricordano le risate con Gabriele fino a lacrimare, la biondina che sale alla seconda fermata, lo scambio di sguardi, i sorrisi, le indecisioni, il cuore che batte forte ipocondriaco. Le mie impazienze, le prime pazzie. L’album da disegno e gli ombrelli dimenticati in treno, mi ricordano. Che rincoglionito.

Arrivi e partenze si alternano. No, non è corretto equiparare l’aeroporto alla stazione dei treni. Non sono affatto la stessa cosa. Il concetto di treno è troppo vasto e poetico per compararlo a quello di aereo.
Il treno è umano. Sogna ma resta con i piedi per terra.

Il treno attraversa tutte le culture del pianeta, le assaggia, le fa parlare, le mette in relazione tra loro. Passa attraverso le piccole realtà, sempre più emarginate dalle mete egoistiche odierne che non distinguono più nulla e omologano tutto. Il treno tocca campagne e città, lasciando davanti e dietro di sé un vuoto umile colmo di persone che lasciano e raggiungono in continuazione pezzi di vita.

Alle prime luci del mattino in stazione, con gli auricolari nelle orecchie me ne resto in disparte ad osservare come uno stalker i volti della gente mentre il sole schiaffeggia amorevolmente i suoi sguardi assorti, assonnati, trascinati e scossi dalla prassi della scuola, di un lavoro, di uno stage non retribuito, di un’illusione, di una speranza. Che spesso coincidono purtroppo.

Ogni tanto abbasso il volume della musica e mi metto ad origliare i discorsi dei miei compagni d’attesa e mi rendo conto che sono quasi sempre gli stessi: il monologo supponente di un capo ufficio frustrato che probabilmente ha terminato da poco di leggere la biografia di Steve Jobs o di qualche guru del momento, convinto di poter cambiare il mondo, anche solo a parole, denotando una sicurezza e una genialità che mi ricordano immediatamente quelle di un gatto che attraversa la strada nello stesso istante in cui passa la macchina. Già, un’immagine orribile. L’ansia nel tono della voce di due studentesse universitarie che fanno il conto alla rovescia dei giorni che mancano agli esami che precedono la laurea, uno dei tanti ipocriti traguardi di uno schema sociale ormai obsoleto. Poi c’è Marco che non capisce l’atteggiamento di Anna, che è gelosa e chiede consigli ad Erica la quale ha occhi solo per Lorenzo che però sbava per Anna.

All’improvviso s’intravede il treno in lontananza, accompagnato dal classico fischio e dalle immancabili devastanti urla stridule dei freni, alle quali presumibilmente non si è ancora trovato un rimedio: anno solare 2018!

E si va.

 

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9 mesi ago

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