La morte del piccolo negozio

piccolo negozio

Attraverso i pensieri associativi un luogo può rivelarci più di quello che riesce a raccontarci fisicamente al primo esame.

Me ne rendo conto ogni volta che passeggio lungo le vie del mio paese, dove incontro sparsi qua e là piccoli pezzi d’infanzia ormai privi di vita ma affollati di ricordi che puntualmente intercettano il mio cuore come frecce scagliate da ex-fidanzate fantasma incazzate che conservano le foto e si rifiutano di dimenticare.

Luoghi diventati oblio di una storia di molti, di cui rimangono soltanto i ricordi personali e una stupida traccia fisica che non è stata in grado di contrastare il drastico cambiamento subito nel giro di pochissimi anni a causa della famigerata crisi e della globalizzazione, ma non solo.

Da bambino era un vero piacere girare per le strade del mio paese perché nonostante sia un “buco di culo” (come lo definirebbe un vero detrattore della provincia), fino a 20-25 anni fa pullulava di esercizi commerciali tutti diversi l’uno dall’altro, all’interno dei quali regnava sempre un curioso caos ordinato.

Ricordo con particolare affetto due piccolissimi ma fornitissimi negozi di musica, e due di giocattoli di cui solo uno è sopravvissuto (meglio di niente). Ma come posso dimenticare i luoghi di aggregazione come la caffetteria nella piazza principale dalla quale ogni mattina usciva un delizioso profumo di caffè, tutti i bar del centro che ospitavano all’interno i famosi videogiochi cabinati e i flipper al posto di quelle noiose macchinette odierne ruba-capitali. A tal proposito, come posso non citare la cara defunta sala giochi “Andy” che tra gli anni ’80 e ’90 ha ospitato i primi grandi successi videoludici della storia. Come può la mia memoria ignorare le botteghe di vestiti e di stoffe dove regnavano cordialità, pace e tranquillità e dove appena entravi si sentiva un gradevole profumo di materiali decisamente più sani rispetto a quelli odierni. Indimenticabile il negozio di spezie e di cibo per animali sotto casa dove trovavo il mangime per i pesci rossi che compravo al mercato del venerdì che all’epoca si teneva nella piazza sotto il campanile del duomo. E quel minuscolo negozio di coltelli all’interno del quale un uomo in camice blu affilava lame come se non ci fosse un domani, dalla mattina fino all’orario di chiusura. E poi tutti i minimarket imbucati tra i vari edifici di ogni borgo, chi se li dimentica quelli.

Ci tengo a sottolineare che non sono uno di quei conservatori estremisti scassapalle rimasti incastrati nel passato e che sparerebbero volentieri in faccia alla modernità se la incontrassero per strada in carne ed ossa. Sono molto curioso nei confronti di tutto ciò che riguarda il presente e il futuro e per come la vedo io, ci sono casi in cui molteplici realtà appartenenti ad epoche diverse possono convivere pacificamente, senza che le più deboli siano costrette a morire per permettere alle più forti di sopravvivere.
Sono dell’idea che il nuovo non debba soppiantare il vecchio a prescindere, e che, trovando il giusto incastro, siano in grado di completarsi a vicenda. Un po’ come accade in Giappone in diversi ambiti, dove modernità e tradizione si fondono insieme senza litigare.

Non mi sta bene che il concetto di bottega si prostri davanti al concetto di centro commerciale. Allo stesso modo ritengo che il centro commerciale, che nella maggior parte dei casi ha un’accezione negativa, non sia un’idea del tutto sbagliata e che abbia il diritto di esistere dato che alla fine dei conti soddisfa una certa domanda.

Tutto sommato siamo noi esseri umani a fare la differenza. Siamo noi singoli individui che attraverso le nostre scelte quotidiane e le abitudini decidiamo di aderire a certi valori piuttosto che ad altri. Il successo o il fallimento di determinate situazioni dipendono molto dal nostro stile di vita che caratterizza inevitabilmente l'epoca in cui viviamo. È troppo facile lavarsi le mani individuando un unico colpevole quando il dado è tratto.

Certo, in questo discorso c’entra molto il ruolo della politica che purtroppo nella maggior parte dei casi per interesse personale facilita la vita ai colossi del mercato globale complicando invece quella delle piccole realtà lavorative che per ragioni economiche si vedono costrette il più delle volte a cessare l’attività.

È altrettanto vero però che una buona parte dei piccoli imprenditori di oggi non è ancora in grado di comprendere e sfruttare al meglio i vantaggi del business online che viaggia parallelamente a quello offline e che in molti casi può permettere ad una piccola attività di reinventarsi e di sopravvivere alla grande ampliando il proprio raggio d’azione varcando i confini geografici e linguistici. In un periodo di transizione come quello attuale, sottovalutare questo aspetto è un errore che si paga a caro prezzo.

In ogni caso, non c’è ombra di dubbio che, citando Pasolini, il potere di oggi, ossia quello della società dei consumi, che è di tipo democratico, a differenza del fascismo, sia riuscito a produrre negli ultimi decenni un’omologazione talmente forte che ha modificato radicalmente e distrutto le realtà particolari, come appunto quelle che donavano un’identità più originale al mio paese fantasma, cancellando i vari modi di essere uomini che l’Italia aveva prodotto in passato. E la cosa buffa (per usare un eufemismo) è che è successo sotto i nostri occhi, lentamente, gradualmente, proprio come il noto principio della rana bollita insegna.

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9 mesi ago

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